Serena Maffioletti – Qualche idea per un grande problema: Porto Marghera

Archivio Ente Zona Industriale - Marghera

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Nello specchio lagunare si incontrano il corpo compatto di Venezia, le molte isole, le novecentesche Mestre e Marghera: la città-giardino operaia e poi, genericamente residenziale, di Marghera e la città industriale di Porto Marghera.

E, per quanto più secoli possano essere trascorsi e tutto sia mutato, una riflessione progettuale odierna su Porto Marghera si fonda ancora su antiche storie e antichi miti: la doppiezza di Venezia e la sua perfezione. Doppiezza della costruzione urbana e architettonica: Venezia, la Repubblica composta tanto dallo Stato da Mar, con le grandi estensioni dei domini dalmati ed egei, quanto dallo Stato da Tera, fino alle alte mura difensive di Bergamo. Il palazzo veneziano, con la porta d’acqua e la porta di terra, per l’accesso dai canali e dalle calli e per l’incontro, lo scambio tra queste due mobilità delle persone e delle merci dentro il corpo del palazzo, nel portego dei commerci e della rappresentanza.

E il mito della perfezione della città, che si riconosceva nella sua finitezza, nella sua impossibilità a crescere, contrapponendo nel dibattito, già cinquecentesco e nei tempi sempre rinnovato, chi riconosceva e rivendicava l’intangibilità della forma urbana, delle sue architetture e materie costitutive, e quindi del suo mito, a chi ne auspicava l’espansione.

Mestre e Marghera sono il novecentesco “Stato da tera” di Venezia, le parti, moderne, necessarie alla vita della città antica: progettate, tuttavia, come “altro” da quella, da lei ben più separate delle città che, garantendone l’espansione antica, avevano rinnovato la vita della Repubblica.

Per quanto trascinato fino ai suoi significati più banalizzati e globalizzati, è il mito dell’intangibilità di Venezia a decretare tanto una pericolosa, strisciante e senza fine metamorfosi della città storica, premuta da masse turistiche sempre crescenti, quanto l’alterità dell’entroterra, la sua estraneità ai destini di Venezia, la sua subalternità sociale, culturale, estetica.

Di quel ponte che unisce Venezia alla terra ferma, denominato dopo la guerra Ponte della Libertà, forse non sono state ancora esperite tutte le potenzialità di grande portego urbano, che unisce il nuovo Stato da terra a quello da mar, Venezia al suo territorio. E vorrei qui citare un grande scrittore di ponti, Ivo Andric: “Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui s’intreccia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni… perché indicano il posto in cui l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato…”

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Percorso troppo e da troppi come un semplice strumento della mobilità, il ponte della Libertà trasforma in un “non luogo” tutta la sequenza degli spazi che esso genera: piazzale Roma, la stessa laguna interna e l’unità della terraferma. Il ponte è, al contrario, uno dei due sistemi di costruzione delle relazioni Venezia-Mestre-Marghera, da potenziare e reinventare, soprattutto se integrato all’altro sistema della mobilità, quella acquea, che riunisce l’intero spazio lagunare attraverso l’estesissima rete dei canali.

Il tema progettuale odierno è l’unità della Venezia contemporanea. Ed entro questa unità, Porto Marghera è l’”altra” Venezia o un sestiere, un quartiere di Venezia? Certamente Porto Marghera è diversa: è il luogo dei silos che sembrano immagini di Vers une Architecture, delle vecchie navi granaie e delle grandi porta-containers, dei cantieri navali e delle industrie chimiche in difficoltà, delle carcasse di fabbriche abbandonate, dei camion turchi e greci, delle strade a sezione troppo ampia e dei canali industriali dalle rive troppo alte, ma anche delle case degli extracomunitari, degli studi dei giovani professionisti, delle acque dove i pensionati pescano, delle marine dagli ormeggi meno cari…

Altre parti industriali di città mondiali hanno conosciuto importanti progetti di trasformazione: cito alcuni tra i più universalmente noti, i docks di Amsterdam, il parco industriale di Duisburg, le rive dell’antico porto di Copenhagen disegnate come passeggiata urbana tra reperti industriali e nuove funzioni culturali… Progetti di totale trasformazione in aree residenziali o di svago, dopo la dismissione dell’attività industriale o navale. Ma Marghera è più complessa, perché da monoculturale deve diventare plurale, inclusiva, perché in essa devono convivere i layer che vi si sono stratificati: il layer industriale, costruito prima e dopo la seconda guerra mondiale, il layer del declino economico-produttivo attuale, l’incerto layer che si sta faticosamente affermando. Quello di una città complessa: nuova ma radicata in un palinsesto di storie, di funzioni, di spazi e di manufatti portuali, industriali, ferroviari, stradali, residenziali, terziari…

Tema difficile, ne siamo consapevoli, e il fallimento, almeno a ora, della peraltro assai discutibile proposta di grattacielo avanzata da Pierre Cardin ne mostra alcuni volti. Tema generalizzabile, tuttavia, per quanto d’innovativo esso comprende: alternative relazioni territoriali nel riutilizzo e nell’integrazione della rete stradale, ferroviaria e canalizia esistente, articolate strategie di densificazione di un tessuto ampiamente destrutturato dal degrado e dal cambiamento di funzioni, sperimentazione di modalità abitative socialmente e culturalmente innovative, possibili progetti di riuso di un patrimonio edilizio prevalentemente industriale per scopi generalmente terziari e residenziali, risignificazione e ridisegno urbano della trama industriale degli spazi aperti.

Quindi, una nuova idea di città: che integri il lavoro industriale e terziario a nuove condizioni residenziali, che trasformi gli spazi dell’abbandono in luoghi vitali per chi qui lavora e qui vive. Che si offra come parte di Venezia, favorita dalle connessioni acquee, e come parte di Mestre anche come luogo di svago per la presenza dell’acqua e di spazi aperti. Che divenga uno dei nuovi sestieri di Venezia per la residenza di quanti dalla città storica sono espulsi: studenti, giovani, lavoratori, extracomunitari, ed anche turisti. In questo contesto spaziale e tematico, è sul banco di prova di Marghera che il significato contemporaneo della parola luogo va riscritto.

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E se Venezia è stata la meta di molti architetti e di molti artisti – pittori, musicisti, scrittori fotografi… – che nelle sue pietre, nei suoi colori e nelle sue luci hanno cercato e trovato, come Le Corbusier diceva, la misura della città e della sua architettura, è Porto Marghera oggi a chiedere la ricompensa di quel dono, a chiedere idee che consentano di superare le molte angustie, anche culturali, del presente, per scrivere un futuro più adeguato al futuro.

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Posted in W.A.Ve. 2013

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