WSP Sandro Marpillero – Teche familiari

Marghera è una città di recente costruzione, in cui mancano le sedimentazioni familiari: chi vive nella terraferma veneziana ha necessariamente una storia di migrazione, più o meno recente, più o meno articolata. E’ possibile raccontare queste storie attraverso oggetti.

Sulla base di questo presupposto, ogni studente ha portato da casa un oggetto che rappresentasse la storia della propria famiglia, mettendo in evidenza gli stacchi o le continuità intergenerazionali e le storie di spostamento e di migrazione, per chi ne avesse. Sulla base di questi oggetti, è stata concepita e costruita una scatola, che è diventata una sorta di wunderkammer domestica, un insieme di storie che appartengono a un passato più o meno remoto.

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La scatola è un parallelepipedo chiuso su due lati consecutivi, parzialmente aperto sul restante lato corto e aperto sul secondo lato lungo. Tutta l’operazione vuole essere un dispositivo che permetta la permeabilità visiva fra interno ed esterno, orientando tramite setti le diverse visuali verso l’interno. La pianta è infatti organizzata e divisa attraverso quinte che separano fisicamente i cinque oggetti ma contemporaneamente permettono l’instaurarsi di diverse relazioni visive tra essi, dal momento che lo sguardo si muove lungo il perimetro della scatola. Determinati punti di vista non lasciano intravedere la presenza di alcun oggetto, trasformano la scatola in semplice oggetto architettonico ritmato dalle ombre proiettate dai setti, altri punti di vista invece permettono la visione complessiva degli oggetti contenuti.

La scatola contiene due libri. Il primo, le Fiabe Italiane di Italo Calvino era letto da genitori macedoni alle figlie per apprendere insieme l’italiano e integrarsi al meglio nella comunità locale; il secondo, invece, un manuale di educazione tecnica , è proposto come (detestato) testimone di un sistema d’istruzione sessista che discriminava il sapere pratico in maschile e femminile: alle donne s’insegnava l’arte dell’economia domestica, agli uomini le nozioni tecniche legate al mondo dei mestieri. Un disco di Bob Marley è segno dell’alleanza intergenerazionale: regalato da una madre a una figlia, è diventato oggetto feticcio anche per il nipote. Un posacenere era oggetto rituale intorno cui una famiglia si riuniva dopo cena, con il nonno fumatore al centro. Il rifiuto del fumo da parte delle generazioni successive dimostra non solo rottura con le abitudini di chi le ha precedute, ma rifiuto di una gerarchia familiare. Un filo per cucire è legato alla memoria di un nonno sarto la cui bottega, in una piccola realtà di paese, era luogo d’incontro e centro di vita sociale.

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La scatola è stata realizzata effettuando più fori sulla struttura esterna e livelli diversi in quella interna. Gli oggetti contenuti possono essere visti attraverso ogni singolo buco, il quale mette in relazione l’osservatore e l’oggetto osservato, creando allo stesso tempo un legame tra tutti i fori, quindi tra gli oggetti, visibili da punti differenti.

La scatola contiene oggetti legati a professioni: un candelabro in vetro, ultimo oggetto prodotto da un nonno mastro-vetraio, morto di tumore ai polmoni a causa delle polveri respirate in fabbrica: l’oggetto si basa su materiale riciclato e mantiene il boccaglio della bottiglia da cui è stato ricavato; un metro da sarto, strumento di una competenza pratica che si è trasformata, da nonno a nipote, da mestiere a hobby; un martello da fabbro, arnese diffuso in una famiglia di fabbri della bassa emiliana; una maglia realizzata da una nonna magliaia per sua madre, e indossata da quattro generazioni diverse di donne; una macchina fotografica compatta degli anni Settanta, di una madre che, avendo iniziato l’attività di giornalista, l’ha interrotta a causa della maternità. Infine un oggetto che ha a che fare con le vacanze di famiglia: una Settimana Enigmistica su cui nonna e nipote si cimentavano durante le vacanze al mare.

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La scatola è occupata dagli oggetti soltanto in parte; infatti, quasi paradossalmente, è data maggiore dignità agli spazi vuoti rispetto a quelli pieni. In questa griglia, dove ogni cosa ha il suo spazio ben definito, sono presenti anche dei vuoti che rappresentano i tanti oggetti che potrebbero esserci e non ci sono. Gli spazi vuoti possono essere letti anche in scala architettonica o urbana, richiamando la presenza nell’area di Marghera di edifici privi di specifica destinazione, e di mancanze che in alcune situazione vanno colmate ma che talvolta è bene lasciare tali.

La scatola contiene la vecchia targa che stava sulla porta di un medico veneziano che, dopo la guerra combattuta in Grecia come alpino, si trasferì in terraferma: la sua storia è raccontata in un libro che racconta delle esperienze drammatiche vissute dagli alpini nelle isole greche nel momento dell’armistizio. In un altro scaffale, è visibile un rossetto Chanel, usato esclusivamente in questa particolare tonalità da madre, figlia e nonna; dei quadri di vedute veneziane dipinti da una nonna pittrice. Al centro, uno stemma nobiliare appartenente a una famiglia storica di antiche origini amalfitane era motivo di orgoglio per un nonno che, sempre in seguito alla guerra, spogliato del titolo e degli averi, si trasferì a lavorare alla Montedison di Marghera. L’oggetto più visibile è una kefiah, comprata durante un viaggio in Libia, in cui nipote e nonna hanno ripercorso la storia familiare: la nonna, nata a Tripoli, era stata costretta a espatriare ad appena otto anni nel ’43. Orfana di entrambi i genitori aveva attraversato rocambolescamente l’Italia sotto bombardamenti per raggiungere dei lontani parenti a cui era stata affidata in Veneto. Il viaggio con il nipote rappresentava il suo primo ritorno in Libia dopo settant’anni.

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La scatola è stata concepita in una riflessione inerente allo scorrere inesorabile del tempo e alla sua intangibilità. La memoria è una quinta teatrale che proietta questi fantasmi nella nostra mente; ciò è fisicamente tradotto nel fatto che gli oggetti sono celati dietro a diaframmi di listelli o parzialmente mostrati da oblò. L’unica eccezione viene applicata nel caso del barattolo di marmellata. Questo è legato a un rituale familiare che si ripete identico da un anno all’altro: all’inizio dell’estate le albicocche vengono raccolte da un albero, miracolosamente sopravvissuto a un devastante falò anni fa, e la marmellata che ne deriva viene usata per la tradizionale Sacher natalizia. Il vasetto è l’unico oggetto tangibile tra tutti perché ancora appartenente a un processo d’uso, che si ripete, sempre identico, tutti gli anni.

Il percorso, inoltre, agisce per visioni successive, ispirato all’organizzazione spaziale della mostra di Sarah Sze. L’attenzione, quindi, si concentra in maniera puntuale su ogni singolo oggetto, permettendo una scoperta graduale dell’insieme.

Dietro i listelli di legno, due libri: Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis, retaggio classico estratto da una collezione familiare di libri risalenti all’Ottocento e l’Hymne de l’Univers di Teilhard de Chardin, prelevato dalla biblioteca di una nonna che insegnava filosofia e storia con passione e curiosità. Dietro gli oblò, s’intravede la foto di tre bambine sorridenti, impegnate in una posizione di yoga insieme al padre: la madre, dietro l’obiettivo della macchina, mostra il risultato dell’educazione orientale impartita alle figlie, base di una rottura con il coté contadino e micro-imprenditoriale della sua famiglia d’origine.

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L’idea della scatola nasce dalla ripresa dell’ordine bibliotecario, è infatti suddivisa in scompartimenti, ma con una disposizione orizzontale invece che verticale. In questo modo, richiama la forma della valigia. Infatti, in modo del tutto casuale, quasi tutti gli oggetti richiamano tutti l’idea del viaggio, dell’orientamento e della distanza, e la valigia appare come la forma di rappresentazione migliore per accomunarli e contenerli. L’attitudine al viaggio è anche una caratteristica tipica dell’architetto che, per desiderio di conoscenza o per mestiere, è incline a girare il mondo.

Il riflesso della carta specchiante vuole evocare mistero e curiosità, includendo la visione della scatola attraverso una cornice-mirino, come stessimo guardando dallo spioncino della porta della wunderkammer.

La scatola contiene la foto di una valigia logora per l’uso da parte di una famiglia di viaggiatori, dalla Calabria alla Lombardia, dall’Australia al Friuli, prima di arrivare a Venezia. Grecia al Veneto, passando per la Calabria; la chiave di un appartamento, nuovo luogo di accoglienza subentrato all’abbandono di una casa natale in Sud-America. Una vecchia bussola fu regalata da un soldato americano al nonno, medico militare, durante la guerra: la bussola, oltre a essere legata a un’esperienza biografica, è anche simbolo di una vita vissuta all’insegna degli spostamenti continui, causati da un padre professore universitario con frequenti trasferte all’estero. Una banconota tedesca della fine degli anni trenta rimanda alla storia di una nonna alto-atesina, che, trasferitasi in Austria, perse tutta la sua dote a causa della svalutazione del marco. Un mucchio di lettere, frutto della corrispondenza tra genitori durante i loro anni di fidanzamento: il padre, mandato in Texas a lavorare, scriveva continuamente alla madre. Adesso le lettere sono state donate ai figli. I ferri di maglia sono indizio di uno scambio intergenerazionale tra nonna, madre e figlia, che amano cimentarsi nel lavoro a maglia.

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Gli oggetti, oltre a mettersi in relazione l’uno con l’altro, prendono parte assieme alla costruzione del box. Ideata come una vera e propria architettura, la scatola si compone e si organizza partendo dagli oggetti stessi, che in alcuni casi hanno una funzione strutturale. Fulcro della composizione è un meccanismo d’orologio bloccato che regola metaforicamente le partizioni e la geometria della scatola e degli oggetti; la scelta di intelaiare il disegno da cucito in una delle pareti della scatola, fungendo quasi da vetrata opaca, mette in scena il continuo scambio di sguardi tra interno ed esterno, caratteristica pregnante della scatola. Anche il portapenne, posizionato sul più alto sostegno, ha una funzione strutturale e per le sue caratteristiche geometriche e materiche diventa un interessante mezzo per irradiare di luce l’interno del box.

Ogni oggetto ha un valore personale e simbolico: il meccanismo d’orologio bloccato rimanda a una famiglia di orologiai e gioiellieri la cui tradizione è stata interrotta da chi ha deciso di studiare architettura. Il disegno da ricamo è legato a una nonna ricamatrice, che usava passare le serate con le amiche facendo il filò, chiacchierando cioè intorno al fuoco e ricamando: il disegno non ha quindi soltanto un valore funzionale ma è indice di relazioni interpersonali. Un anello con delle margherite incastonate è segno di un rapporto intergenerazionale: una nipote che ha ereditato dalla bisnonna il nome (Margherita, appunto) insieme all’anello. Infine un portapenne di plexiglass con struttura modulare, amato soprattutto per le sue caratteristiche formali, e una penna d’alpino, eredità di un nonno reduce di guerra.

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La scatola prende spunto dall’ultima sala del padiglione americano, sulla base dell’idea di scavo archeologico. Il reticolo superiore rimanda al lavoro di mappatura del sito archeologico così come realmente avviene, ovvero mediante l’uso di fili tesi, mentre all’interno gli oggetti sono inseriti idealmente nel terreno così come i ritrovamenti antichi. 

Il senso è proprio quello dell’archeologia di creare un “discorso sul passato” instaurando legami e connessioni ideali tra gli oggetti che sono dotati di un’importanza affettiva a livello personale, ma possono fornire conoscenza anche a livello collettivo. 

La scatola contiene un’alzatina in ceramica, oggetto tipico da casa tradizionale veneta; un filalana di una nonna magliaia, un’asticella per tendine, la vecchia foto di una famiglia intorno a un carretto di gelati, che fece la fortuna di una famiglia emigrata in Germania e poi tornata in Veneto; un rosario che una nonna sgranava mentre stava al capezzale del fratello malato di spagnola: presto si ammalò e morì anche lei della stessa malattia.

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La scatola è concepita come uno scrigno contenente oggetti che apparentemente non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro, ognuno con la propria storia e provenienza. La scatola tiene insieme queste differenti realtà e permette nuovi legami tra gli elementi che interagiscono solo grazie all’osservatore. Chi guarda scoprirà mano a mano questo manufatto solo girandoci attorno, aprendo cassetti o tirando dei pannelli. La scoperta non ha inizio né fine, non parte da un punto e finisce in un altro ma è dinamica e non lineare. Il dialogo degli oggetti riportato a una scala maggiore rimanda al sito assegnato per il progetto, Pila 40, un luogo ricco di realtà molto diverse tra loro: studi di architetti e ingegneri, studi cinematografici, mercati temporanei, eventi collaterali della Biennale. L’energia potenziale del luogo richiede dunque interventi trainanti, collegamenti fisici o virtuali, dei filamenti che sorreggano e creino nuove connessioni.

La scatola è involucro, è un’idea di biblioteca non convenzionale che non è fatta di libri ma di oggetti fisici in attesa. L’attesa termina quando gli oggetti vengono guardati, passano di mano in mano, si arricchiscono di storie narrate: è a quel punto che acquistano una nuova funzione e potenzialità: come gli scheletri dei capannoni di Marghera, diventano oggetti narrativi.

La scatola contiene un uovo di legno utilizzato da una nonna rammendatrice; il ritratto realizzato da un importante pittore veneziano di una bisnonna, che per generazioni ha terrorizzato con il suo sguardo truce i bambini della famiglia; l’armonica suonata dal nonno tra una storia di guerra e l’altra nelle serate di riunione familiare; un disco di Fabrizio de André regalato da una nonna alla madre e ascoltato anche dalla nipote; delle fotografie ottocentesche ingiallite di lontani parenti, unici oggetti sopravvissuti a un devastante incendio che bruciò la casa di famiglia con tutti i suoi ricordi; infine, un vecchio libro dell’Iliade, che un nonno conosceva interamente a memoria e recitava in greco, aedo di una cultura orale che si è persa nel tempo.

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La scatola contiene quattro oggetti: una bottiglia di seltz, una testa di Buddha , un volantino del festival dei due mondi di Spoleto e un orologio.

È concepita come un teatro; ogni lato della scatola si alza come se fosse un sipario lasciando all’osservatore la possibilità di intravedere l’oggetto attraverso quinte teatrali.

Anche dall’alto è possibile interagire con la scatola, infatti ruotando il coperchio si scoprono punti di osservazione differenti. Il coperchio è costituito da due piani, i quali ruotando su se stessi su un perno posto nel punto di incontro delle diagonali, le quali fungono da scena dei rispettivi oggetti, cercano a loro volta di suggerire delle sensazioni e delle suggestioni, inquadrando punti di vista differenti; ora casuali, ora puntuali. Gli oggetti dunque, non dialogano semplicemente fra loro ma anche con l’osservatore stesso. Ognuno avente una propria identità, celato dietro ad una quinta fisica e una immaginaria, assume una nuova vita, raccontando storie differenti a seconda delle suggestioni dei fruitori.

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La scatola è stata concepita come una struttura basata sull’idea del filo che fa sia da connettore tra gli oggetti che da tenda impenetrabile, questo sta a indicare la difficoltà di appropriazione degli spazi e la gradualità del processo. 

All’interno della scatola, sei oggetti sono collegati con lo stesso filo rosso dell’involucro, a simboleggiare il collegamento generazionale di essi: al centro c’è un torchio, simbolo del saper fare, e strumento effettivamente usato da un bisnonno che produceva torchi da vino e macchine da frutta. Due oggetti segnalano la relazione intergenerazionale: una tazzina appartenente a una nonna che spesso raccoglieva la famiglia intorno al caffè e delle carte da gioco con cui il nonno giocava insieme ai nipoti. Un disco 45 giri di Lucio Battisti è il primo regalo di una ragazza al fidanzato:diventerà il tormentone di tutta una famiglia, figli compresi. Delle corde di chitarra rimandano alla musica come collante intergenerazionale, da un nonno che suonava il pianoforte a un nipote che oggi suona il basso in una band. Infine un vecchio libro Cuore risalente al 1956, appartenuto al bisnonno e tramandato di mano in mano, fino ad arrivare alla nipote: il libro ha un legame tematico con la storia di famiglia, caratterizzata da una prevalenza di insegnanti.

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La struttura della scatola (ispirata alla biblioteca Exeter di Louis Kahn) si sviluppa intorno ad un grande spazio centrale riempito dagli oggetti che si sviluppano in senso ascendente verso l’apertura superiore nella quale due grandi costolature che si incrociano ad “x” sostengono la struttura sospesa. Le grandi aperture circolari sui 4 lati della scatola permettono una comunicazione visiva costante della scatola con l’intorno permettendone la lettura da ogni angolazione. Tali aperture consentono allo spettatore non solo di vedere l’interno, ma anche di avere una visione dell’esterno attraverso il filtro della scatola. All’interno di questa, la base è ricoperta di caffè, a ricostruire una storia di emigrazione: una famiglia veneta che trovò ricchezza in Brasile coltivando del caffè e che, con gli introiti della piantagione, fu in grado di tornare in Italia, di comprare un terreno e lì costruire la propria casa. Il caffè sparso sulla base della scatola rimanda sia all’idea della piantagione sia a quella del terreno su cui edificare. La candela accesa da una parte crea una proiezione dello spazio verso l’esterno rendendone la dimensione percepibile; dall’altra è oggetto rituale di una famiglia smembrata, i cui membri vivono lontani l’uno dall’altro e si accendono reciprocamente delle candele per augurarsi salute e benessere. Anche la bussola è oggetto che rimanda alle coordinate geografiche di una famiglia che, per studio o per lavoro, si trova in diverse parti del mondo. Un orologio da taschino è oggetto tramandato da nonno a nipote, mentre un piatto di ceramica è scelto come archetipo del pasto intorno a cui una famiglia si raccoglie. Tutti gli oggetti, casualmente, hanno una forma circolare: hanno quindi una relazione formale l’uno con l’altro e, nello stesso tempo, da ogni oggetto scaturisce un rapporto causale con gli altri elementi contenuti nella scatola. La foratura circolare della scatola evidenzia queste caratteristiche. Il legame strutturale con l’installazione di Sarah Sze è evidente. Giochi di luce e sensazioni olfattive si combinano in un insieme multisensoriale.

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Posted in W.A.Ve. 2013

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