Alberto Cecchetto

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IT
Floating City

Docente
Alberto Cecchetto
http://www.studiocecchetto.com/
studio@studiocecchetto.com

Collaboratori
Arch. Michel Carlana
Arch. Gabriel Laghi
Arch. Brigida Pagani

Non ho mai capito perché a Venezia, città d’acqua nata su limi e melme, città che mal sopporta pesi eccessivi e modalità costruttive usate in terraferma, città dove la tecnologia si deve adattare e spesso reinventare. Non ho mai capito perché in questa città, dove l’acqua è vincente, non si sia solidificata una città galleggiante, come accade in molte città d’acqua. Dove house boat, pontoni mobili e costruzioni galleggianti, sono abitati da un popolo che vive, abita e lavora. Forse perché il fatto di galleggiare dai veneziani non è considerato un evento eccezionale, dato che utilizzano spesso la barca e quindi ne godono a pieno il piacere quotidiano. Oppure al contrario ne hanno abbastanza dell’instabilità, degli spruzzi d’acqua, dei continui movimenti delle barche e quindi cercano la sera un ricovero più stabile e protetto. O forse, terza e ultima ipotesi, gli abitanti di Venezia sono pienamente coscienti di stare in una città dove acqua e terra si spartiscono energie ed emozioni, dove acqua-terra si sovrappongono e mescolano con cura e sapienza storica. Vivono cioè in una città che declina in modo diverso dalle altre città d’acqua, a volte con palafitte altre volte con barche, lo stesso unico principio costitutivo: Venezia, floating city.

A ben guardare Venezia, fino alla fine dell’ottocento mostrava una floating city assai dinamica, capace di esprimere maggiore invenzione e creatività di quella contemporanea. Tutti gli spazi della fondamenta, le facciate principali dei palazzi con le porte d’acqua, tutti i bordi dei canali accolgono una città galleggiante, che è il vero cuore pulsante della città. Il luogo dove meglio si esprimono le energie collettive. Venezia città d’acqua mostra il proprio carattere, più genuino, sperimentale e vitale nella città flottante, anche se questo volto oggi appare poco leggibile, spesso così nascosto da sembrare assente.

E l’architettura contemporanea? Di questo carattere dominante, della città galleggiante se ne occupa? Solo poche volte. Troppo abituata alla stabilità, alla costruzione su terra dove il suolo è fermo e rassicurante, dove le regole sono più certe e consolidate. Eppure Venezia come spesso stigmatizzava Le Corbusier, autore di uno splendido progetto, di terra-acqua per l’ospedale di San Giobbe, è un modello così avanzato e sperimentale (anche se anomalo) di città contemporanea da sembrare un terreno privilegiato per l’architettura. Ma non è successo spesso. Anche il Teatro del Mondo di Aldo Rossi, realizzato per la Biennale di Architettura del 1979 nel solco delle macchine settecentesche, legate alle manifestazioni temporanee e ludiche che avvolgevano la città in eventi eccezionali, non mi pare suggerisca un nuovo modello. Non tenta infatti, di sperimentare o declinare il principio costitutivo di Venezia, ma propone un’architettura di “terra-ferma” a cui è stato chiesto temporaneamente di galleggiare.

(Testo tratto da Venice Floating City, Alberto Cecchetto, in occasione della Biennale di Architettura di Venezia del 2004)

Il tema
Proponiamo agli studenti di lavorare sul tema della “città galleggiante” da applicare al contesto della laguna, e che può trovare un terreno di grande sperimentazione a Marghera. Ogni gruppo di studenti dovrà esplorare, attraverso plastici, immagini e schemi, delle “architetture d’acqua galleggianti”, dei prototipi architettonici e urbani che contengano al loro interno il tema del bordo d’acqua, della rifrazione, della virtualità, dell’ubiquità, della modularità.

Il metodo
L’esperienza progettuale di un workshop richiede un’attitudine particolare: pensare e lavorare velocemente, sviluppando capacità intuitive che ci consentono di dire cose importanti avendo a disposizione poche ore. Bisogna fidarsi del metodo induttivo, più che di quello deduttivo. Utilizzando i plastici, gli schizzi, le immagini come materiali conoscitivi, più che come conclusione di un processo progettuale. Bisogna, quindi, imparare ad usare le mani e la testa contemporaneamente. Plastici e note, schizzi e foto, descrizioni modellistiche e appunti strategici. Bisogna, soprattutto, saper organizzare il proprio tempo e quello degli altri che partecipano al lavoro di gruppo, sviluppando al massimo le sinergie del lavorare assieme. Bisogna decidere, fin dall’inizio in modo puntuale, le strategie del lavoro, sapendo che saranno possibili molti cambiamenti in corsa, senza perdere la lucidità e la visione d’insieme.

Cosa progettare
Il progetto ha come luogo di sperimentazione la laguna di Venezia, nello specifico l’area di Porto Marghera, e come obiettivo la progettazione della nuova città d’acqua contemporanea al centro del sistema metropolitano veneto. In particolare la città e le architetture galleggianti. Un’occasione forse irripetibile per la nostra cultura progettuale: il riferimento è Venezia, prototipo di molte città d’acqua. L’obbiettivo è tradurre i valori ambientali e storici della città antica in un progetto innovativo e sperimentale, capace di realizzare il nuovo cuore urbano del Veneto e nel contempo rivitalizzare il centro storico di Venezia destinato, in assenza di nuove energie, a mummificarsi in città museo.

Una riflessione sulla floating architecture è il tema di progetto che proponiamo. Si tratta di compiere una completa esplorazione inerente il tema del galleggiante in ogni sua declinazione, considerando le peculiarità e le potenzialità offerte dal sito che in questo specifico caso ha come elemento generatore l’acqua. Un’architettura galleggiante, che dell’acqua vuole assorbire il carattere e sfruttarne le potenzialità. Almeno nelle intenzioni.

Le regole, i principi dell’architettura galleggiante sono:

Il movimento ed i fluidi
L’architettura galleggiante ha a che fare con il movimento. Va pensata come un corpo in movimento. Ciò è in qualche modo strano e diverso da quanto siamo abituati a pensare e fare come progettisti di edifici. Non è un caso infatti se una nave ha una prua e una poppa che hanno forme diverse tra loro in quanto sono sagomate dai flussi dei fluidi che attraversano. La stessa cosa succede per un aereo o per tutti i corpi in movimento. Un siluro, un uccello, un deltaplano, un pesce. I flussi dei liquidi e dei gas generano regole formali, modellando le stereometrie degli oggetti e quindi delle architetture galleggianti necessariamente acquisite.
È quindi necessario pensare ad un edificio, a una forma, a una morfologia in grado di modellarsi con il movimento, con i corpi liquidi e gassosi che l’edificio stesso deve essere in grado di accogliere e penetrare.
 
Galleggiamento ed aria
Una seconda regola estremamente importante ha a che fare con il galleggiamento. Tema questo che può avere analogie con alcuni tipi di fondazioni, dette “galleggianti”, che a volte si usano per gli edifici costruiti su terra. Nel caso degli edifici galleggianti il tema è più acuto ed esasperato. Si tratta infatti di pensare l’edificio come una grande camera d’aria, una piattaforma svuotata in grado di galleggiare, in grado di contrastare l’energia del fluido che tende ad inghiottirlo con una forza contraria che tende invece al galleggiamento. È un tema centrale che attraverso la forza di gravità coinvolge tutti gli edifici e tutti i manufatti che costruiamo ma è un tema che sull’acqua è particolarmente importante diventando definizione stessa di questo tipo di architetture. Un edificio galleggiante appunto.
 
Proporzioni base-altezza
Il terzo aspetto o terza regola è di fatto una conseguenza di queste prime due. L’edificio galleggiante deve avere in sezione, in prospetto, un rapporto chiaro e proporzionato tra la base e l’altezza: è infatti difficile pensare ad un campanile galleggiante per l’oscillazione che esso può avere a meno che non sia costruito su una piattaforma ampia, larga, in grado di contrastare il movimento, l’instabilità. Il teatro del mondo di Aldo Rossi non a caso fu costruito su una grande zattera per rendere stabile la sua verticalità. Si può quindi lavorare sul verticale avendo però piena coscienza e ciò comporta per il progettista un’attenta valutazione del rapporto tra base e altezza, tra stabilità della piattaforma e oscillazione dell’elemento verticale in modo da rendere stabile se non fisso l’edificio galleggiante.
 
L’ubiquità
La quarta regola che in qualche modo si lega alla prima e ne è diretta conseguenza: l’edificio galleggiante ha il dono di spostarsi, di essere in un luogo e subito dopo in un altro. Potendo così servire, dialogare con luoghi diversi in pochissimo tempo. L’architettura galleggiante ha il dono dell’ubiquità, in grado di adattarsi ai vari ambienti dove viene collocato. Il dono dell’ubiquità non è mai stato pensato e valutato dagli architetti poiché nessun edificio di terra ne è dotato, anche se molte architetture di terra sono state pensate e progettate per essere riconosciute, come icone universali, capaci cioè di mostrare se stesse in mondi e in luoghi diversi. Questo è un gioco che già conosciamo e che ci interessa poco. Siamo invece curiosi di verificare quali opportunità offra un edificio: ad esempio un teatro, che si può spostare al lido di Venezia in certe occasioni, oppure a Marghera o a San Giuliano durate l’inverno o all’Arsenale nei periodi della Biennale. Un teatro con il dono dell’ubiquità può diventare una macchina economica fondamentale in grado di lavorare 365 giorni all’anno ottimizzando le risorse territoriali e diventando un luogo che unisce più territori invece che dividerli o separarli come succede per un edificio di terra.
 
Architetture anfibie
Un ulteriore carattere dell’edificio galleggiante è il diverso rapporto che esso instaura con la terra. Qualsiasi architettura galleggiante va infatti abbinata ad un bordo stabile e costruito, un waterfront. L’architettura galleggiante deve contenere un’importante componente “anfibia”. Quella parte cioè delle architetture galleggianti che appartiene un po’ all’acqua, alla sua necessità di movimento e contemporaneamente alla terraferma, che ha la necessità opposta. La parte ambigua di queste componenti anfibie può creare un’incredibile varietà di soluzioni, basta guardare cosa succede a Venezia: le fondamenta, i gradini sull’acqua, le piattaforme per lo scarico delle merci, i pali conficcati per gli approdi, i ponti, gli ancoraggi mobili per rispondere ai movimenti della marea, le modalità di attracco ai pontili dei mezzi acquei, materiali come funi, ancore, corde e così via. Architetture anfibie come le “cavane” dove il piano terra dell’edificio viene bucato per contenere dell’acqua in grado di ospitare delle imbarcazioni. Si può anche però pensare a edifici su palafitte o che si sporgono sull’acqua a sbalzo e così via. La componente anfibia delle architetture galleggianti è una componente essenziale e che può avere caratteri molto diversi da luogo a luogo, dipendendo dalle relazioni che si vogliono instaurare tra edifici galleggianti e la terraferma.

Tecnologie appropriate
Infine l’ultima regola, ma che più che una regola è un necessità: le architetture d’acqua richiedono infatti tecniche, tecnologie, materiali appropriati, in grado di sviluppare al massimo il galleggiamento, il movimento, la stabilità sull’acqua ecc in una condizione di sicurezza e di sperimentazione che è tema ancora molto aperto. Il progettista di architetture galleggianti deve in questo senso diventare anche un attento tecnologo che non si occupa solo di regole costruttive, ma anche delle potenzialità che le tecnologie d’acqua contengono. Esperienza questa che in via empirica possa portare a sperimentazioni e nuove conoscenze anche nella progettazione degli edifici su terra, come avvenuto nelle tecnologie aeronautiche, saziali e subacquee.

Approfondimenti

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